Quando un atleta dice di non avere fiducia, molto spesso collega quella sensazione a ciò che è successo nelle ultime partite. Se ha giocato bene si sente più sicuro, se ha sbagliato molto o viene da un periodo difficile comincia invece a dubitare delle proprie capacità. È comprensibile, perché il risultato e la prestazione influenzano inevitabilmente il modo in cui ci percepiamo. Il problema nasce quando iniziamo a pensare che la fiducia possa esistere solo dopo una buona partita.
In quel caso entriamo in una specie di circolo vizioso: aspetto di giocare bene per sentirmi sicuro, ma per giocare bene avrei già bisogno di sentirmi almeno un po’ sicuro di quello che so fare. Per questo credo che la fiducia debba essere considerata come una parte dell’allenamento, non come un premio che arriva quando tutto funziona.
Un atleta non diventa tecnicamente più forte aspettando di sentirsi pronto. Ripete un gesto, lo corregge, lo prova ancora e costruisce sicurezza attraverso il lavoro. Dal punto di vista mentale dovrebbe succedere qualcosa di molto simile. La fiducia, infatti, non significa entrare in campo pensando di non poter sbagliare. Questa sarebbe un’aspettativa poco realistica. Significa sapere che, anche se arriverà un errore, si hanno gli strumenti per continuare a giocare senza mettere immediatamente in discussione tutto il proprio valore.
Mi capita spesso di vedere atleti che dopo un errore cambiano completamente atteggiamento. Abbassano lo sguardo, diventano più prudenti, evitano una giocata che normalmente farebbero senza pensarci oppure iniziano a concentrarsi più sul non sbagliare che sul giocare.
In quel momento la difficoltà non riguarda più soltanto l’errore appena commesso. Riguarda il significato che gli stiamo dando. Un passaggio sbagliato può diventare “oggi non sono in giornata”. Due errori possono trasformarsi in “non ne faccio una giusta”. E in pochi minuti una prestazione può iniziare a essere letta come una conferma di non essere abbastanza bravi. Allenare la fiducia significa anche imparare a interrompere questo meccanismo.
Un esercizio semplice consiste nel ricordarsi, prima di una gara, quali sono le proprie risorse concrete. Non frasi generiche come “sono forte” o “oggi andrà tutto bene”, ma elementi reali: un gesto tecnico che sappiamo eseguire bene, una situazione difficile già affrontata in passato, una qualità che riconosciamo nel nostro modo di giocare o qualcosa su cui abbiamo lavorato durante la settimana.
In questo modo la fiducia non viene costruita su una previsione del risultato, ma su ciò che abbiamo già fatto e su ciò che sappiamo di poter mettere in campo.
C’è poi un altro aspetto importante: il modo in cui parliamo a noi stessi. Se dopo ogni errore il nostro dialogo interno diventa immediatamente negativo, con frasi come “non sono capace” oppure “sbaglio sempre”, stiamo contribuendo noi stessi a ridurre la sicurezza con cui affronteremo l’azione successiva.
Non significa dover essere sempre positivi a tutti i costi. Significa imparare a usare parole utili. Dopo un errore, per esempio, può essere molto più efficace dirsi “torna sulla prossima”, “gioca semplice” oppure “continua”. Sono frasi che non cancellano ciò che è successo, ma impediscono all’errore di occupare più spazio del necessario.
La fiducia non nasce quindi dal convincersi che tutto andrà bene. Nasce dal sapere che siamo in grado di affrontare anche quello che non andrà come vorremmo. Ed è proprio per questo che va allenata prima della partita, durante gli allenamenti, nel modo in cui reagiamo agli errori e nel modo in cui impariamo a parlare a noi stessi.
Aspettare una grande prestazione per sentirsi sicuri significa lasciare che sia sempre il risultato a decidere quanto crediamo in noi. Costruire fiducia significa fare esattamente il contrario: arrivare alla prestazione con qualcosa che abbiamo già iniziato ad allenare.
Veronica Trapletti – MentalUp
Veronica Trapletti - MentalUp














