Oltre il risultato | Puntata 1: l'errore dura un secondo. Nella testa può durare una partita intera

Oltre il risultato | Puntata 1: l'errore dura un secondo. Nella testa può durare una partita intera

In molti sport, come anche nel calcio a 5, tutto succede molto velocemente. Gli spazi sono ridotti, le decisioni devono essere prese in pochi istanti e spesso una singola giocata può cambiare l’inerzia di una partita. Un passaggio sbagliato, una marcatura persa, un tiro che normalmente sarebbe finito in porta: basta poco. L’errore dura un secondo. Il problema è che, a volte, nella testa dell’atleta può durare molto di più.

Si sbaglia un’azione e, quasi immediatamente, parte un dialogo interno con frasi tipo: “Oggi non ci sono”. Una frase apparentemente innocua che può però modificare il modo in cui affrontiamo le azioni successive.

Ed è proprio qui che entra in gioco uno degli aspetti più importanti della preparazione mentale: non tanto evitare l’errore, quanto imparare a gestire ciò che accade subito dopo.

Nel corso di una partita possiamo commettere decine di piccoli errori. Alcuni hanno conseguenze immediate: possiamo perdere un pallone e continuare a pensarci per due o tre azioni; possiamo sbagliare un’occasione importante e iniziare a giocare con meno coraggio. In entrambi i casi la prestazione viene compromessa. Il fatto negativo è che per alcuni atleti questa situazione si presenta pochi minuti dopo il fischio iniziale.

Ecco servito il primo ostacolo. Perché quando un atleta passa dal pensiero “ho sbagliato” al pensiero “non devo più sbagliare”, spesso cambia anche il suo modo di giocare. Diventa più prudente, non accorgendosi che, nel tentativo di non sbagliare, commette altri errori. L’attenzione smette di essere rivolta a ciò che serve fare e viene spostata sulle conseguenze di ciò che potrebbe andare male.

Capita poi un’altra situazione molto pericolosa: quando l’atleta si identifica con l’errore che ha commesso. L’atleta perde la partita e mette in dubbio la sua persona, non capendo che l’errore fa parte del momento sportivo e non della sua vita.

Facciamo un esempio: prendiamo queste due frasi: “Ho sbagliato una giocata” e “Non sono abbastanza bravo”. La prima descrive un fatto, la seconda un giudizio sulla persona. Per questo una delle capacità mentali più importanti per un atleta è imparare a separare la prestazione dalla propria identità. Possiamo giocare male una partita senza essere diventati improvvisamente persone peggiori. Sembra ovvio quando lo leggiamo a mente fredda; molto meno quando il punteggio è in bilico e intorno a noi c’è pressione.

Ogni atleta deve quindi imparare a riconoscere che la sua testa può porre domande che lo tengono fermo, perché sono domande riferite al passato, ad esempio: “Come ho potuto sbagliare?”.

La bella notizia è che possiamo trovare una soluzione a tutto questo. È fondamentale che l’atleta si ponga domande che lo inducono ad agire, a muoversi, a trovare una soluzione. In questo modo si passa da una situazione di errore a una situazione in cui possiamo ancora incidere sul match.

Nel calcio a 5, come in tutti gli sport veloci, questo passaggio è ancora più importante: non c’è quasi mai tempo per rimanere mentalmente fuori dal gioco. Una palla persa può richiedere immediatamente una transizione difensiva. Non possiamo aspettare di aver “digerito” l’errore. Dobbiamo imparare a recuperare velocemente la nostra attenzione.

Ed ecco la seconda buona notizia: questa capacità può essere allenata. Un modo semplice è costruire una piccola routine personale da utilizzare dopo un errore. Può durare tre, cinque o dieci secondi. Può essere un respiro profondo, una parola, un gesto. L’unico vincolo è che qualunque cosa scelga l’atleta deve aiutarlo a stoppare l’azione negativa appena conclusa.

Terza buona notizia: anche la reazione all’errore si può allenare. Durante un allenamento siamo abituati a osservare il gesto tecnico, la posizione, la velocità del corpo. Possiamo iniziare a osservare anche quello che succede mentalmente: capire come ci comportiamo, che atteggiamento mettiamo in campo. Sono quei segnali che diventano preziosi per migliorare la nostra mente.

E l’allenatore? Fino ad ora abbiamo parlato dell’atleta. Ma l’allenatore ha un ruolo fondamentale.

Il modo in cui viene gestito l’errore all’interno di una squadra contribuisce infatti a creare l’ambiente nel quale i giocatori imparano a reagire. Se ogni errore genera paura, rimprovero o giudizio, il rischio è che l’atleta inizi a concentrarsi più sul non sbagliare che sul giocare bene. Se invece l’errore viene riconosciuto, corretto e poi lasciato andare, può diventare parte del processo di crescita. Questo non significa accettare qualsiasi errore o eliminare la responsabilità. Significa distinguere tra responsabilità e paura. Un allenatore può chiedere di capire cosa non ha funzionato senza trasformare ogni sbaglio in una sentenza sul valore del giocatore.

Non pensiamo che un atleta forte sia quello che non sbaglia mai: semmai è proprio il contrario. Ciò che lo distingue dagli altri è come reagisce, come analizza l’errore e va avanti pensando subito all’azione successiva. Anche l’atleta forte si innervosisce, la differenza sta in ciò che fa dopo.

Durante una partita ci saranno sempre fattori che possono farci vacillare: il segreto sta nel riconoscerli e gestirli.

Ricordatevi: ciò che è passato non torna più. Spazio alla prossima azione!
 

Veronica Trapletti - MentalUp